Prologo
Fuori inizia a fare freddo.
Non è ancora quel freddo serio che ti fa pentire di essere uscito di casa, ma non è più nemmeno il caldo di una volta, quello che alle otto di sera ti faceva ancora cercare un tavolino all’aperto.
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Le foglie cadute vengono trascinate dal vento lungo il marciapiede. Alcune si fermano contro un tombino, altre continuano il viaggio senza una meta precisa.
Il cielo alle cinque del pomeriggio comincia già ad avere altri programmi.
E poi c’è il cane del vicino.
Il cane del vicino inizia a zoppicare, così, senza apparente motivo.
Nessuno sa bene quando sia successo.
Fino a qualche mese fa correva dietro alle biciclette. Adesso si alza, fa tre passi, ci pensa un attimo e decide che forse non ne vale la pena.
E tu lo guardi e, per motivi che sarebbe meglio non approfondire troppo, ti senti improvvisamente coinvolto.
Anche le abitudini cambiano senza fare rumore.
La finestra resta aperta cinque minuti invece di mezz’ora. Il caffè caldo torna improvvisamente ad avere un senso. Le magliette spariscono lentamente sotto maglioni e giacche.
Poi ricompare quella giacca che avevi giurato di buttare tre inverni fa.
Non l’hai buttata.
Era semplicemente finita dietro tutto il resto.
Come molte altre cose.
Il tempo non bussa alla porta
L’estate, del resto, non finisce mai davvero in un giorno preciso.
Non c’è qualcuno che alle 17:42 bussa alla porta e dice:
«Bene, signori. Da questo momento è ufficialmente finita.»
A un certo punto ti accorgi semplicemente che è andata via.
E non è l’unica cosa.
Ogni tanto passi davanti allo specchio e, quasi senza volerlo, ti fermi un secondo in più.
Anche il riflesso nello specchio non è più quello di una volta.
Non necessariamente peggiore.
Solo diverso.
Qualche ruga in più. Qualche capello che ha cambiato idea sul colore. Uno sguardo che ha visto più cose.
La faccia è sempre la tua, ma c’è qualcosa che non ricordavi di aver autorizzato.
E intanto, da qualche parte, un orologio continua a fare il suo lavoro.
Un secondo.
Poi un altro.
I secondi diventano minuti.
I minuti ore.
Le ore giorni.
Poi settimane, stagioni, anni.
Sempre uguale.
Sempre preciso.
A volte sembra quasi un conto alla rovescia.
Non sai bene verso cosa, e forse è proprio questo il punto.
Noi, nel frattempo, siamo occupati a lavorare, rispondere al telefono, fare la spesa, pagare bollette, discutere per cose che dopo qualche mese non ricorderemo nemmeno più e prometterci che la settimana prossima sarà finalmente più tranquilla.
La settimana prossima, naturalmente, non è mai più tranquilla.
E l’orologio continua.
Tic.
Tac.
Tic…
Non accelera quando siamo annoiati.
Non rallenta quando invece vorremmo restare ancora un po’.
Poi arriva un altro autunno.
Cadono altre foglie.
Torna fuori la stessa giacca.
Il cane del vicino cammina un po’ più piano.
E per qualche secondo quel ticchettio sembra sentirsi più forte del solito.
Il tempo passa.
Le stagioni cambiano.
Noi cambiamo con loro.
Ed è proprio in uno di quei momenti che potrebbe venirti da pensare:
«Mah… alla fine corriamo sempre.
Corriamo quando abbiamo vent’anni, corriamo quando ne abbiamo quaranta, e poi un giorno ci fermiamo davanti allo specchio e ci chiediamo dove sia finito tutto quel tempo.
Forse non serviva correre così tanto.»
Poi guardi di nuovo il cane del vicino.
L’ha capito prima lui di me.
Comunque alle sette c’è ancora da fare la cena.
E così finisce anche il momento filosofico.
Il capo non va in letargo
Il telefono continua a suonare.
Le email continuano ad arrivare.
Il traffico è sempre quello.
Il capo, purtroppo, non va in letargo.
Solo che adesso fuori non c’è più neppure quel bel sole che almeno rendeva tutto leggermente meno irritante.
Le giornate diventano più corte ma, curiosamente, nessuno ha pensato di accorciare anche gli impegni.
Alle diciannove il corpo comincia a suggerire divano, coperta e silenzio.
Il resto del mondo continua tranquillamente a pretendere cose.
Forse è per questo che, con l’arrivo del freddo, cambiano anche le cose che cerchiamo.
Una stanza calda.
Una luce più morbida.
Una doccia un po’ più lunga.
Una tazza tenuta tra le mani.
Un posto dove sedersi senza dover guardare continuamente l’ora.
Persino certi gesti assumono un significato diverso.
Un massaggio con olio, per esempio, in piena estate può essere semplicemente un momento piacevole.
Fuori ci sono trenta gradi, il sole entra dalle finestre e, appena finisce, magari hai già in testa altre tre cose da fare.
Quando invece fuori comincia a tirare vento e le mani diventano fredde appena esci di casa, la stessa ora sembra avere un altro colore.
Non perché il massaggio cambi.
I movimenti lenti sono gli stessi.
L’olio è lo stesso.
La stanza è la stessa.
È tutto quello che c’è intorno ad essere cambiato.
Fuori le foglie corrono sul marciapiede.
Dentro non c’è nessuna ragione particolare per correre.
Per un po’ il telefono può restare dov’è.
Non c’è niente da decidere, niente da organizzare, nessuna email a cui rispondere mentre qualcun altro aspetta «solo un attimo».
Un’ora non ferma l’orologio.
Magari.
Il cane del vicino continuerà probabilmente a zoppicare anche domani.
Le foglie continueranno a cadere.
Lo specchio continuerà a fare il suo lavoro con una sincerità francamente non richiesta.
E l’orologio continuerà a scandire i secondi, le ore, i giorni.
Tic.
Tac.
Forse l’autunno serve anche a questo.
A ricordare che non tutto deve andare alla stessa velocità durante tutto l’anno.
Ci sono stagioni in cui viene naturale stare fuori fino a tardi, aprire tutte le finestre e dimenticarsi perfino che esiste un cappotto.
E poi ce ne sono altre in cui viene spontaneo cercare il caldo, il silenzio e qualche momento in cui non succede assolutamente niente.
Fuori il vento continua a spostare le foglie.
L’orologio continua a fare il suo mestiere.
Tic.
Tac.
E da qualche parte il cane del vicino, probabilmente, sta già dormendo.
Forse ha capito tutto prima di noi.
